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Cile: desaparecidos, Podlech estradato in Italia

gramigna | 13 Agosto, 2008 13:58

Cullato dall' impunità di cui gode in patria, Alfonso Podlech Michaud, 73 anni, ex procuratore militare di Temuco, non ha dato peso a un mandato di cattura emesso dal pm romano Giancarlo Capaldo, titolare dell'inchiesta sulla Operazione Condor, che da Natale insegue 140 responsabili dell’operazione Condor. E ha lasciato le frontiere “protette” del Cile per consegnarsi nella mani del nemico numero uno della dittatura di Santiago: quel Baltasar Garzón che nel ' 98 bloccò lo stesso Pinochet agli arresti a Londra e che si è trovato sulla scrivania il dossier Podlech e ha firmato la detenzione.

Podlech, che figura in diversi processi per violazione dei diritti umani, era stato arrestato il 26 luglio all'aeroporto di Madrid mentre con alcuni familiari si accingeva a partire per la Repubblica ceca. E’ stato estradato oggi dalla Spagna in Italia, ha riferito la radio cilena Bio Bio. A giorni il trasferimento nel carcere romano di Regina Coeli.

Podlech è accusato della scomparsa del sacerdote italo-cileno Omar Venturelli, poco dopo il golpe del generale Augusto Pinochet del 1973. L' 11 settembre, il golpe di Pinochet appena consumato, Omar Venturelli e la moglie Fresia Cea sentono i propri nomi scanditi alla radio: hanno otto ore di tempo per presentarsi in caserma per una «registrazione». «Vado io per prima», dice Fresia. Omar resta in casa con la bimba di un anno e mezzo. A essere convocati dalla voce dei militari sono in questa fase professori, intellettuali, studenti.

Ex sacerdote sospeso «a divinis» dopo le battaglie per la terra agli indios, già dirigente dei Cristiani per il Socialismo, Omar insegna Pedagogia all' Università cattolica di Temuco. Nelle ore concitate che seguono la battaglia alla Moneda e il suicidio di Allende, i dettagli - e gli orrori - del regime non sono ancora nitidi. Fresia arriva in caserma, capisce che non si tratta di burocrazia, scappa. Non riesce a comunicare con Omar, che ha però intuito il pericolo e per due giorni si nasconde. I comunicati radiofonici iniziano a cercarlo con maggiore insistenza, «vivo o morto». Finché il padre lo convince a consegnarsi. Italiano della provincia di Modena, pioniere della colonia di Capitan Pastene nel Sud del Cile, Roberto Venturelli è un uomo di destra, convinto della pericolosità del governo Allende e delle buone intenzioni di sicurezza e difesa della proprietà del nuovo regime. Ignaro dei metodi sanguinari, è lui stesso ad accompagnare il figlio in caserma. Non lo rivedrà mai più.

Il 4 ottobre 1973 Podlech firma per Omar Venturelli l'Orden de Libertad n.52 con il quale si chiede il rilascio del professore. Una settimana dopo, un giovane militante di sinistra condotto in cella al passaggio in un corridoio sente la voce disperata di un uomo: «Mi chiamo Omar Venturelli, fate sapere che sto morendo». Desaparecido, come tremila altri. Podlech in Cile ha esibito un documento che attesta la sua nomina a procuratore militare di Temuco solo nel marzo ' 74. E su questa carta in patria è stato scagionato.

L' ordine 52, così come le testimonianza dei sopravvissuti - alcuni ascoltati anche a Roma dal pm Capaldo - indicherebbero invece che lui c' era da subito. Alla prigione sarebbe arrivato già la mattina dell' 11 settembre, ore 8, per imporre il rilascio dei terroristi di destra di Patria y Libertad. Di lì si sarebbe installato nel carcere. «Era lui a dare l' ordine di torturare e spesso partecipava direttamente alle sessioni - racconta Fresia -. Testimoni dicono di averlo sentito chiamare i torturatori e, indicando i prigionieri, dire: "Ammorbiditeli un po' , poi riportatemeli".

Una ragazza, insegnante delle elementari, l' ha riconosciuto come l' uomo che le ha puntato una pistola alla tempia in una finta esecuzione». Presente e attivo inquisitore, dunque, del carcere di Temuco e della caserma Tucapel, gli stessi luoghi dell' orrore per cui è passato proprio in quegli anni lo scrittore cileno Luis Sepúlveda. Per raccontare poi ne La frontiera scomparsa dei militari «che giravano la manovella del generatore elettrico», degli infermieri «che ci applicavano gli elettrodi all' ano, ai testicoli, alle gengive, alla lingua e poi ci auscultavano per decidere chi fingeva e chi era davvero svenuto sulla "griglia"».

L' ultimo capitolo di questa storia Fresia Cea vorrebbe adesso che a scriverlo fosse la giustizia italiana. «Il pm mi ha detto che spera di arrivare alla prima condanna già entro l' anno». Appello a Napolitano: «Chieda alla presidente cilena Bachelet che si ricordi di noi vittime. Podlech a Madrid ha già ricevuto l' assistenza legale dello Stato. Anche io ne avrei avuto bisogno. Mi auguro che non finisca come Pinochet». Esattamente il precedente a cui guarda la difesa di Podlech, che ha già fatto richiesta di «immunità» sul modello dell' intricata vicenda che riportò l' ex dittatore da Londra a Santiago. Senza mai una condanna.

 

 

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