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In questo editoriale, l’ultimo prima della pausa estiva, la redazione del progetto Gramigna vorrebbe fare una breve riflessione sulle ultime, pessime, evoluzioni del cosiddetto “problema sicurezza” nella nostra città.(continua)

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Pisa, Coordinamento dei collettivi occupa il Rettorato: negati gli spazi per la Notte Bianca

gramigna | 22 Aprile, 2008 11:50

Pisa – Contro il divieto di usufruire dei locali universitari del Polo Fibonacci durante la “notte bianca”, il Coordinamento dei Collettivi ha occupato il Rettorato. Erano già state preparate iniziative culturali, proiezioni e mostre, ma il Rettore Marco Pasquali si è opposto adducendo motivi di sicurezza (locali non agibili). Dopo ore di trattative i collettivi ed il Rettore non hanno trovato soluzioni per cui l’occupazione si protrarrà fino a quando non saranno trovati locali idonei.

Riportiamo la lettera aperta del Coordinamento dei Collettivi:A chi si sente cittadino di pisa, a chi si sente studente universitario a pisa, a chi a pisa non trova spazio...
L'università è indubbiamente la principale figura economica della città: ha forti interessi nell'edilizia; senza il suo indotto lavorativo Pisa sarebbe una città completamente diversa; il grande numero di studenti è un'apporto non solo economico, ma anche e sopratutto culturale.
Con questa lettera aperta, il Coordinamento dei Collettivi Universitari intende aprire un dibattito sulla crisi delle due realtà, quella cittadina e quella universitaria, crisi che si manifesta sotto molti aspetti intrecciati tra loro: bilanci in rosso, deriva legalitaria, chiusura degli spazi sociali di confronto, emarginazione dei migranti, negazione del diritto alla casa.
E' d'obbligo un preambolo: i Collettivi sono e continueranno ad essere una struttura di movimento universitaria. Tante altre realtà continuano a lavorare nel tessuto cittadino. Quindi il nostro scopo non è sovrapporre i nostri luoghi d'azione, ma far tendere tante istanze verso un obiettivo comune.
Inizieremo con un contributo sulla crisi dell'Ateneo Pisano, che parta dall'analisi del suo bilancio fallimentare del 2008: ci sono tagli del 35% al personale a tempo determinato dell'amministrazione centrale e del 50% ai co.co.co.; del 10% alle strutture didattiche (facoltà, dipartimenti, studenti); una riduzione di 0,7 milioni dei fondi per la ricerca (dati estrapolati dal bilancio ufficiale dell'ateneo).
E' vero che i vari governi hanno dato un contributo a questo disastro finanziario, ma l'Ateneo ne è il maggiore responsabile. Basti considerare il fatto che parallelamente ai tagli sopracitati, non ha avuto esitazioni nel contrarre mutui per investire nell'edilizia dei dipartimenti, perché su questo tema storicamente si giocano le campagne elettorali dei rettori. La conseguenza di tutto ciò è un debito che ora è di 8 mln e nel 2011 sarà di 93 mln. I fondi ministeriali vengono letteralmente prosciugati dagli stipendi dei docenti, che a Pisa paradossalmente incidono più che in grandi atenei come Padova.
L'amministrazione naviga a vista, non ha progetti strutturali per il futuro come provano le frequenti occupazioni durante le riunioni degli ultimi Senati Accademici e Consigli Di Amministrazione da parte degli studenti, dei ricercatori e dei tecnici amministrativi: vecchie e nuove figure precarie dell'università.
L'Ateneo propone una soluzione di facciata: si dichiara "d'eccellenza" per attrarre i suoi utenti (gli studenti), ma impone numeri chiusi all'ingresso e nei fatti rimane fuori dal gruppo di atenei "virtuosi" della AQUIS, che stanno provocando una frattura all'interno della Conferenza dei Rettori (CRUI). Pisa è tagliata fuori dalle nuove dinamiche di potere e al suo interno è viva la partita tra la vecchia baronia decadente, che vede l'università come proprio feudo, e la nuova schiera di baroni rampanti moderni, cresciuti nell'università-azienda.

Quando un potere è in crisi politica, l'unico modo che ha per tutelarsi è quello di annullare qualsiasi espressione dell'autorganizzazione, che viene vista come germe di dissenso invece che come stimolo per il cambiamento.
Riteniamo che questo stato di crisi generalizzata abbia giocato un ruolo decisivo per quanto riguarda la totale chiusura degli spazi universitari per le attività culturali extradidattiche.
Come nella città i conflitti sociali vengono smorzati da un'ansia legalitaria diffusa, così nell'università si rifiuta un qualsiasi confronto politico con il corpo studentesco, non concedendo l'utilizzo degli spazi tramite provvedimenti amministrativi contraddittori: ad esempio il palazzo della Sapienza non è definito agibile per le conferenze organizzate dagli studenti, ma ogni giorno gli stessi la affollano per le lezioni e l'Ateneo la usa come salotto di lusso per i suoi convegni.

L'altra conseguenza della crisi è quella economica: si richiede un affitto per associazioni come Ingegneri Senza Frontiere; si obbliga a pagare il portierato o la guardia armata per gestire le iniziative, le pulizie sono a spese degli studenti anche quando non sono necessarie.
Siamo abituati a meccanismi del genere nella nostra società, in cui tutto viene prima o poi mercificato. Ma la situazione economica della maggioranza degli studenti è più che precaria, e porre dei vincoli economici significa negare la possibilità di svolgimento di qualunque iniziativa.
In sostanza i vincoli economici e amministrativi sanciscono una chiusura tutta politica.
La richiesta degli spazi universitari ha registrato un boom negli ultimi tempi, esprimendo un'esigenza che va in direzione opposta a un sapere sempre più professionalizzante e allineato.
La "crisi della governance" genera situazioni difficilmente controllabili che possono portare conflitto. Il primo obiettivo dell'amministrazione è sanare i conflitti al suo interno, a spese di chi l'università la vive, e quindi la subisce, trovandosi inerme: gli studenti delle nuove riforme, dei numeri chiusi, i ricercatori e i lavoratori precari, non si devono poter organizzare, non devono sapere cosa succede all'interno del proprio ateneo, non devono poter vedere nell'università qualcosa che va oltre la didattica ufficiale.

L'utilizzo degli spazi universitari da parte di studenti che autogestiscono iniziative culturali rappresenta la nostra idea di eccellenza, dove lo studente è parte attiva del proprio processo di crescita personale, e ogni percorso di questo tipo va incoraggiato.

Pensiamo che negli anni la più grande risorsa di questa città sia stata la capacità di contaminazione e di incontro di molti diversi, studenti fuorisede e migranti, anche grazie alla presenza di un grande polo universitario.

Probabilmente l'unica soluzione alla crisi universitaria, e quindi cittadina, è diventare un centro culturale che si nutre di molteplici idee. Solo così si può pensare un'altra università e un'altra città.
Vogliamo parlare a tutti quelli che questa "altra università e altra città" riescono ad immaginarsela e non ai partiti e alle istituzioni, che ci sembrano sempre più lontani dalla vita reale.
Chiediamo a tutti di prendere atto della crisi dell'Università come centro di cultura e riaprire il dibattito sui suoi scopi e le sue finalità.

A tutti quelli che vogliono partecipare e costruire questo percorso insieme chiediamo di prendere posizione pubblicamente e dare un contributo. Chi può prendere una posizione politica in merito lo faccia. Chiediamo, alle realtà a noi vicine, di inviare il loro comunicato di solidarietà alla nostra mail contatti@collettivi.org, che provvederemo a pubblicare sul nostro sito www.collettivi.org. Invitiamo ogni associazione e collettivo ad individuare l'università come luogo per svolgere le proprie iniziative.
Moltiplicarle e rifiutare ogni forma di imposizione economica ingiustificata (vedi portierato, guardia armata, affitto) rappresenta un'alternativa alla logica di chi vede nello studente un semplice fruitore passivo di sapere e l'università come una fucina di lauree aziendali.
La prima tappa del comune percorso di mobilitazione di studenti, collettivi e associazioni sarà la Notte Bianca del 24 Aprile, un giorno simbolico in cui l'altra università vuole rivivere il concetto di resistenza.
Riappropriandoci del diritto di libera mobilità nelle facoltà, chiediamo al Senato Accademico e al Consiglio di Amministrazione di prendere una posizione, ma a loro vorremmo anche mandare un messaggio:
le chiavi dell'Università ci sembrano troppo simili a quelle del nostro futuro, non pensiate di poterle nascondere a lungo…

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