Diana Blefari suicida in carcere.

La detenuta era malata da molto tempo. Nessuno ha fatto nulla. Diana Blefari Melazzi si è
impiccata nel carcere femminile di Rebibbia a Roma. Lo scorso 27 ottobre, la Prima sezione penale
della Cassazione aveva confermato la condanna all’ergastolo per concorso nell’omicidio del
giuslavorista Marco Biagi, avvenuto a Bologna il 19 marzo 2002.

La terrorista delle Br non era innocente o presunta tale, ma non per questo i suoi diritti andavano
ignorati. Utilizzando lenzuola tagliate e annodate si è uccisa sabato sera attorno alle 22:30. Era in
cella da sola, detenuta nel reparto isolamento. Gli agenti di polizia penitenziaria, appena si sono
accorti dell’accaduto avrebbero provato a rianimarla senza però riuscirvi.

L’avvocato Caterina Calia, difensore insieme al collega Valerio Spigarelli, ha subito dichiarato:
“Siamo sotto choc, abbiamo fatto tante battaglie, abbiamo cercato in tutti i modi di far riconoscere il
profondo disagio di Diana Blefari Melazzi. Ora è troppo tardi”.
Sul sito del Garante dei Diritti dei Detenuti del Lazio il 10 novembre 2007 fu pubblicato un
comunicato nel quale si leggeva tra l’altro: “Sono gravissime le condizioni di salute mentale di
Diana Blefari Melazzi, l’esponente delle Brigate Rosse che nel carcere di Rebibbia sta scontando, in
regime di 41bis, l’ergastolo per l’omicidio del giuslavorista Marco Biagi”.

Angiolo Marroni, il Garante, che aveva seguito per mesi la situazione. dichiarò nell’articolo: “Alla
Blefari Melazzi è stato rinnovato per la terza volta il 41 bis senza tenere in considerazione la sua
malattia. Schizofrenica e già inabile psichicamente, figlia di una madre con la stessa malattia morta
suicida, dal momento dell’arresto la donna ha conosciuto un progressivo deterioramento delle sue
condizioni”.

Già quasi due anni fa le sue condizioni furono giudicate da Marroni “sconcertanti”. Sempre il
comunicato spiegava che “nel suo delirio la Blefari Melazzi ritiene che la struttura carceraria (agenti
e detenute comprese) agiscano contro di lei. Il suo stato è progressivamente peggiorato un anno e
mezzo dopo l’arresto. Le detenute dell’alta sicurezza, sezione attigua al 41 bis, ascoltano
quotidianamente le sue urla e i suoi lamenti.

Per lunghi periodi la donna non mangia e si chiude al
mondo, rifiuta i farmaci e trascorre intere giornate a letto, al buio e senza contatti neanche con i
familiari e l’avvocato. Inviata due volte all’osservazione psichiatrica di Sollicciano sembra
migliorare, ma una volta tornata a Rebibbia le sue condizioni peggiorano di nuovo. Gli avvocati
hanno chiesto una perizia psichiatrica, ma il Tribunale non ha ancora sciolto la riserva sulla
possibilità di eseguirla”.

Disse in quell’occasione il Garante: “La vicenda della Blefari Melazzi è emblematica di come le
donne vivono il 41 bis, un regime disumano che anche i giudici americani hanno equiparato alla
tortura. In tutta Italia in 41 bis ci sono attualmente 5 donne: 2 a Rebibbia e 3 all’Aquila una delle
quali, colpita da ischemia cerebrale, è ricoverata in ospedale. Chi è sottoposto a questa misura,
uomini o donne in egual misura, vive isolato, in condizioni disastrose a livello di salute mentale,
con poche possibilità di socializzare e di vivere in condizioni di normalità.

Sulle vicende dei
detenuti sottoposti a tale regime abbiamo più volte sollecitato le istituzioni, in particolare Ministero
e DAP, senza ottenere risposte. Il 41 bis è una norma che forse, e sottolineo forse, può andare bene
in momenti di grave emergenza democratica ma che, ritengo, oggi non abbia nulla a che fare con i
principi inviolabili che reggono uno Stato come il nostro”.

Ieri Marroni ha sostenuto lapidario “Io credo che, fermo restando le sue responsabilità, questa
donna dovesse essere curata e assistita lontano dal carcere”.
L’attività criminale della brigatista finì il 22 dicembre 2003, quando fu arrestata. Era ricercata da
quando era stato scoperto il covo di via Montecuccoli a Roma, che aveva affittato a suo nome. Il
suo nome da clandestina era “Maria” e Cinzia Banelli, una pentita, l’aveva indicata fra le staffette
che avevano il professor Biagi la sera dell’omicidio.

Alla Blefari sono stati attribuiti il noleggio del

furgone usato per la preparazione dell’omicidio e la partecipazione al pedinamento del professore a
Modena. Sul suo portatile fu rivenuto anche il file con la rivendicazione dell’omicidio.
Banelli, nome di battaglia So, ha lasciato il carcere di Sollicciano dopo meno di sei anni ottenendo
gli arresti domiciliari. Grazie alla sua collaborazione ha evitato una condanna a 12 anni di
reclusione per l’omicidio di Massimo D’Antona (ucciso in via Salaria a Roma il 20 maggio 1999)
ed un’altra a 10 anni e 5 mesi per quello di Marco Biagi, ucciso a Bologna il 19 marzo 2002.

Le è
stata assegnata una nuova identità, riconosciuto un sussidio e vive in una località segreta col figlio.
Mentre oggi si deve accettare il suicidio annunciato di una malata psichiatrica abbandonata a se
stessa, Olga D’Antona, vedova di Massimo D’Antona e deputato del Pd, disse poco prima della
liberazione di ‘So’: “Ci tengo a precisare che rispetto le decisioni della magistratura. Applicano le
leggi e le leggi prevedono che i pentiti possano usufruire della detenzione domiciliare. C’era anche
il parere favorevole della commissione apposita istituita al Viminale e quindi non mi sorprende
questa decisione”.

Poi, D’Antona, aggiunse parlando della ‘pentita’: “E’ una persona ambigua e spregiudicata […] Le
sue rivelazioni non hanno portato ad alcuna nuova scoperta né all’arresto di altri brigatisti. Non ha
fatto altro che confermare quanto già era stato capito dai magistrati. Ha detto il minimo
indispensabile per ottenere l’applicazione del regime speciale previsto per i pentiti […] Lei che è
stata complice e colpevole dell’assassinio di mio marito mi ha inviato una lettera finalizzata
esclusivamente a ottenere benefici durante il processo. Mi ero guardata bene dal pubblicizzarla e
allora lei l’ha inviata a tutte le testate in modo da farla uscire poco prima del processo. Trovo che
questo sia emblematico del personaggio.

La considero la peggiore […] Gli altri brigatisti stanno
coerentemente scontando una pena prevista da leggi che non riconoscono. Lei ha invece utilizzato
tutti i cavilli possibili per ottenere un vitalizio, un’abitazione in un luogo segreto, una protezione
che tutti noi dovremo pagarle. Io, vittima, le pago con le mie tasse questa protezione e non ho avuto
nemmeno il diritto a partecipare al dibattimento. E trovo scandaloso che una persona condannata
per una pena che prevede l’ergastolo possa usufruire del rito abbreviato: ho presentato un progetto
di legge per impedire che questo accada, ma noi deputati non abbiamo nessun potere…”.

Caterina Calia, invece, della sua cliente ha dovuto dire. “Era una donna ammalata, soffriva di un
profondo disagio e aveva bisogno di cure adeguate e di stare in luoghi adeguati che non erano certo
il carcere”.
Nel 2008, Diana Blefari Melazzi, durante una crisi probabilmente psicotica, aggredì un agente di
polizia penitenziaria, mettendo così a rischio l’incolumità anche di altri a causa della superficialità
con la quale era affrontata la sua patologia.

Dopo l’episodio venne sollecitata l’ennesima perizia
psichiatrica, ma non accadde nulla, mentre la brigatista venne rinviata a giudizio per l’accaduto: il
processo sarebbe dovuto cominciare il 23 novembre prossimo.
Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri, ha
dichiarato: “Diana Blefari era stata trasferita dal carcere di Firenze a Rebibbia a Roma senza che la
famiglia a tutt’oggi fosse avvertita” ed ancora: “I parenti di Diana Blefari, dopo la recente condanna
all’ergastolo avevano programmato per domani di partire per Firenze per fare visita alla Blefari”.

Tra quelle di parte e quelle ordinate dal tribunale, ha ricordato Gonnella, sono state 30 le perizie su
Diana Blefari.
Leo Beneduci, segretario generale dell’Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria
(Osapp), ha fatto notare che di notte, in sezione, sia generalmente presente un solo agente, però
responsabile della sorveglianza di un numero sempre maggiore di detenuti visto l’elevato tasso di
sovraffollamento delle carceri italiane.

“Nonostante il carcere di Rebibbia femminile sia quello più grande d’Italia – ha spiegato il
sindacalista – e con la più grave carenza di agenti, il personale in servizio è stato tempestivo ed è
subito intervenuto per prestare soccorso”.
Tuttavia l’assistente capo di polizia penitenziaria che, dopo aver avvertito un rumore sordo
provenire dalla cella di Diana Blefari Melazzi, sarebbe immediatamente accorsa trovando la
neobrigatista impiccata è sotto choc.

La cinquantenne poliziotta penitenziaria era tornata in servizio
proprio sabato sera a Rebibbia femminile, dopo essere stata distaccata per un periodo all’Aquila per
stare accanto ai familiari colpiti dal terremoto.
Il sindacato Osapp per l’occasione è tornato ad accusare il Dipartimento dell’amministrazione
penitenziaria (Dap) di essere “gravemente colpevole per una insostenibile carenza di organico che a
Rebibbia femminile è arrivata al 40 per cento”.

“Attualmente – ha affermato Beneduci – a Rebibbia
ci sono 330 detenute, di cui 88 nel reparto dove era detenuta la Blefari. Le agenti dovrebbero essere
164 ma sono 110. E questo perchè il Dap continua a distaccare personale femminile per impiegarlo
in servizi amministrativi. Proprio ieri, quando due agenti sono rientrate dall’Aquila, tra cui la
collega intervenuta per prestare soccorso alla Blefari, altre tre agenti sono state distaccate al Dap.
Non ne possiamo più”.

Da ambienti vicini al ministero della Giustizia è stata fatta filtrare una precisazione inquietante.
Secondo queste informazioni Diana Blefari Melazzi era stata declassificata da circa un anno e
mezzo e non era più in regime di 41bis da oltre un anno. A Rebibbia era stata spostata tra le detenute
comuni nel cosiddetto reparto ‘cellulare’. Come tutte le persone sottoposte a lunghe condanne era in
cella da sola e l’avrebbe deciso “per sua scelta”.

Le stesse precisazioni hanno fatto sapere che la
donna veniva trasferita spesso nel carcere di Sollicciano dove, per le sue precarie condizioni
psicologiche, veniva sottoposta a trattamento sanitario obbligatorio. Sempre da Sollicciano era stata
trasferita da qualche mese a Rebibbia dopo essere stata sottoposta ad una terapia.
I cittadini, indipendentemente dall’essere innocenti o colpevoli, hanno diritto al rispetto della
propria dignità e della salute.

Nessuno, in particolare chi è ‘sotto custodia dello Stato’ deve essere
abbandonato o trascurato. Dopo la morte di Cucchi pochi giorni fa il problema dei diritti civili di
indagati o detenuti è emerso in tutta la sua gravità. Da gennaio al 30 ottobre nelle carceri italiane
sono morti 146 detenuti, di cui 59 per suicidio e le morti per “cause da accertare” sono più
numerose di quelle per “malattia”.

Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Pa Penitenziari, commentando la tragiva morte della
detenuta ha detto: “Dopo l’ennesimo suicidio di una persona detenuta siamo costretti registrare la
solita sequela di occasionali quanto tardive e ipocrite reazioni di indignazione”.

“Ascolto e leggo –
ha continuato – tanti commenti su questa triste vicenda. Mi chiedo, però, dov’erano queste persone
quando in migliaia abbiamo denunciato lo stato di coma irreversibile del sistema penitenziario
manifestando nelle piazze d’Italia e davanti alla Camera? Dove sono e cosa dicono queste persone
dei 900 agenti penitenziari feriti negli ultimi 18 mesi a seguito di aggressioni subite da parte dei
detenuti? Siamo i primi a chiedere che si indaghino a fondo le cause dei tanti, troppi, suicidi di
detenuti e agenti penitenziari. Le dichiarazioni occasionali non servono e non risolvono.

L’indifferenza, il silenzio e l’inoperosità del Ministro Alfano verso le criticità del sistema
penitenziario non possono essere un modello da seguire”.
I sindacati della Polizia penitenziaria continuano a denunciare sovraffollamento e mancanza di
personale e quest’anno si è riscontrato un aumento di 20 suicidi rispetto ai primi 10 mesi del 2008. L’Italia continua a mostrare un sempre progressivo deterioramento delle regole elementari della
democrazia.

Da Cucchi a Blefari

I media italiani fanno finta di dimenticare che dal 2000, solo nelle carceri, sono morti 1529 detenuti.
I cittadini italiani e stranieri “sotto custodia dello Stato” che negli ultimi nove anni e solo nei
penitenziari sono deceduti per suicidi, assistenza sanitaria disastrata, cause non chiare o overdose
sono quasi 170 l’anno.
Un numero enorme di persone tra le quali un caso va ricordato tra tutti.

Si tratta di Sami Mbarka
Ben Garci, un cittadino tunisino di 42 anni, detenuto per spaccio e poi condannato per una violenza
sessuale nei confronti di una sua ex compagna marocchina, reato del quale di dichiarava del tutto
innocente.
Talmente innocente da cominciare, il 16 luglio scorso, a rifiutare cibo e acqua. Il 27 agosto era allo
stremo, dimenticato da tutti, ma non dai suoi compagni di cella, che scrissero per lui, ormai non più
in grado di muoversi, una lettera per la compagna e madre dei suoi tre figli: “Ciao amore, speriamo
che tu stai bene, tanti auguri per il Ramadan”. 

E ancora: “Io sto morendo. Sono dimagrito troppo, credimi, non riesco neanche ad alzarmi dal letto.
Bisogna accettare il destino, mi dispiace, io lo sciopero non lo tolgo, di questa vita non me ne frega
niente, sto morendo”.
Ed infatti è morto Sami, il 5 settembre al Policlinico San Matteo di Pavia.

La sua storia,
InviatoSpeciale la racconta in altro articolo perché quest’uomo merita di essere ricordato: una
persona deceduta ‘per sciopero della fame’ in Italia, nel Paese di Cesare Beccaria, a causa di una
protesta civile, nel quasi totale silenzio dei media.
Però, in questi giorni, un altro caso descrive lo stato allarmante della tutela dei diritti nel Belpaese.
La Procura della Repubblica di Teramo ha aperto un’indagine su un presunto pestaggio di un
detenuto rinchiuso nel carcere di Castrogno.

Nei giorni scorsi al quotidiano della città abruzzese, ‘La Città’, è arrivata per posta una
registrazione nella quale si potevano ascoltare chiaramente due individui del personale di
sorveglianza, molto agitati, che parlavano di una aggressione ad un detenuto e si dolevano di aver
commesso l’errore di aver avere picchiato il malcapitato “in sezione” e non “sotto”, lontano dalle
celle, dove nessuno poteva vedere.

‘La Città’, nella trascrizione del dialogo, ha sottolineato alcune frasi. Uno dei due soggetti non
identificati avrebbe detto: “Non lo sai che ha menato al detenuto in sezione?”. E l’altro risposto: “Io
non c’ero, non so nulla”. Il primo, a quel punto spazientito, con tono alterato avrebbe aggiunto: “Ma
se lo sanno tutti?”, poi, dopo una breve pausa: “In sezione un detenuto non si massacra, si massacra
sotto”.

Ed infine: “Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto”.
Il cd audio era accompagnato da una lettera indirizzata al direttore del penitenziario nella quale era
scritto: “Qui qualsiasi cosa succede è colpa nostra, ma questa volta non finirà così, è da troppo che
sopportiamo, qui quelli maltrattati siamo noi ed anche in questa occasione abbiamo subito un
pestaggio da parte di una guardia”.

Adesso il sostituto procuratore, David Mancini, ha disposto
l’avvio delle indagini e si capirà, forse, come sono andate le cose.
Le morti in circostanze ‘non definite’ sono troppe per non aprire una profonda riflessione
sull’argomento. A partire da un fatto politico fondamentale: il reato di tortura.

Nel nostro Paese,
nonostante anni di tentativi, non si riesce a varare una legge che lo preveda.
L’ultima volta in cui si è provato ad introdurlo è stato il 5 febbraio scorso al Senato, durante le
votazioni riguardanti il “Pacchetto sicurezza 2”. L’aula, tuttavia, ha bocciato l’emendamento
sostenuto dalla sen. Poretti e dal sen. Perduca (radicali) e da altri 70 parlamentari di opposizione e
maggioranza.

In precedenza una proposta di legge era stata approvata alla Camera nel dicembre 2006, dopo un
accordo bipartisan, e mandata al voto dell’aula dalla commissione giustizia del Senato nel luglio
2007. Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, che si batte per i diritti nelle
carceri, disse a quel tempo: “Avrebbe dovuto approdare in aula nei giorni della crisi, ma è stata
lasciata morire. È necessario che il prossimo Parlamento metta tra le sue priorità l’approvazione del
provvedimento che introduce il reato di tortura in Italia”.

Invece si è subito votato il lodo Alfano.
A proposito delle inesistenti norme sulla tortura, in vigore in tutti i Paesi civili, nel lontano 2004,
mentre alla Camera si stava discutendo uno dei tanti progetti di legge mai arrivati ad approvazione,
venne messo in votazione un emendamento presentato dalla Lega nel quale di affermava che per
configurare il reato si dovessero “verificare violenze o minacce reiterate”.

Insomma, per parlare di
sevizie bisognava infierire su un cittadino più volte.
Le indiscrezioni dell’epoca sottolinearono che pur di far passare quella tesi i deputati leghisti
avessero detto senza fraintendimenti ai colleghi del centro destra: “Guardate che se non votate il
nostro emendamento, ci saranno ripercussioni pesanti nella maggioranza”. Cosa avrebbero
comportato le “ripercussioni pesanti”? Come al solito problemi per alcuni interessi personali del
premier. Era in approvazione la legge Gasparri, quella della riforma della tv, con la quale si evitava
a Rete4 di essere spenta e spedita sul satellite.

Perché il reato di tortura è connesso alle morti ‘per cause non chiare’? E’ abbastanza evidente: per
riuscire ad ottenere delle confessioni, quindi la prova che un individuo ha commesso un reato, c’è il
rischio che qualche ‘mela marcia’ possa pensare alle botte come ‘strumento di investigazione’.
Argomento analogo vale nelle carceri, dove per mantenere l’ordine qualche testa calda può credere
5
che le botte siano uno strumento efficace. Una norma che punisca queste pratiche in modo aspro
sarebbe in grado di scoraggiare chi pensa di essere uno sceriffo dell’antico Far West.

Un Paese civile non può dimenticare che anche i detenuti o chi è sottoposto a fermo di polizia ha
dei diritti, primo tra tutti quello di essere trattato con umanità.
Francesco Morelli lavora per Ristretti Orizzonti, una rivista e sito web realizzate da detenuti,
detenute, operatori volontari dalla Casa di Reclusione di Padova e dall’Istituto di Pena Femminile
della Giudecca.
Ha detto Morelli: “Sulla tragedia che ha colpito Stefano Cucchi adesso c’è una ondata emotiva, poi
domani non se ne parla più.

Sarebbe utile che la stampa affrontasse l’argomento con maggiore
energia ed un respiro più ampio”.
Ed ha ragione, perché un altro caso riguardante presunte vessazioni è scomparso dalle cronache.
Riguarda uno dei due romeni, poi risultati innocenti, arrestati per lo stupro del Parco della
Caffarella a Roma.
Alexandru Loyos Isztoika, catturato a pochi giorni dal crimine, sebbene fosse del tutto estraneo ai
fatti confessò di essere il colpevole e fornì anche il nome di un complice, risultato in seguito anche
lui innocente.

In seguito il ragazzo affermò di essere stato prima picchiato e poi imbeccato dagli investigatori e
per questo motivo fu anche denunciato per calunnia. Nel suo caso, per completezza di
informazione, i responsabili del presunto pestaggio sarebbero stati dei poliziotti romeni che
affiancavano i colleghi italiani nelle indagini.

Un ‘addetto ai lavori’, che preferisce rimanere anonimo, ha spiegato: “Il problema della denuncia
per calunnia nei casi di pestaggi è un problema serio. E’ spesso molto difficile dimostrare che sono
realmente avvenuti, perché chi compie questo tipo di crimine è molto attento, cerca di lasciare meno
tracce possibile e non si trovano testimoni dei fatti disposti a parlare. Per questi motivi quando le
vittime raccontano agli avvocati quello che è accaduto sono gli stessi legali a consigliar loro di
lasciar perdere la denuncia, perché vanno incontro ad una controdenuncia automatica per calunnia e
nella maggior parte dei casi poi perdono i processi”.

La stessa fonte ha spiegato che “dopo l’introduzione del reato di clandestinità la situazione
paradossalmente è diventata più critica per gli italiani. Nella ricerca della prova di colpevolezza un
immigrato senza documenti è immediatamente ‘colpevole’, per cui è più facile indurlo a collaborare
senza troppe pressioni. Per gli italiani non è così e le pressioni rischiano di trasformarsi in violenza
con più facilità”.

Ristretti Orizzonti ha realizzato un dossier sulle morti in carcere per “cause non chiare” . La
definizione, molto vaga, indica due gruppi di ‘incidenti’.
“Il primo gruppo – si legge nella ricerca – è il più consistente, dal punto di vista del numero dei casi
descritti, e comprende i collassi causati da un eccesso di farmaci, le overdose da eroina, le morti
conseguenti all’uso del gas delle bombolette a scopo stupefacente, ma anche quelle imputabili a
patologie che non erano state diagnosticate per tempo, o curate male, o non curate affatto.

Di certo
quando si verificano queste tragedie il “riserbo” degli operatori e dei magistrati è “strettissimo”. In
pochi se la sentono di fare veramente chiarezza sulle colpe e sulle mancanze dei propri colleghi,
nell’attesa che il tempo faccia dimenticare l’accaduto (se il detenuto morto era uno straniero, magari
registrato con un nome falso, non serve nemmeno una lunga attesa)”.

Il secondo gruppo, quello specifico dei presunti maltrattamenti, “è rappresentato dai casi nei quali
c’è il sospetto che la morte sia stata causata da un pestaggio, compiuto da agenti, oppure da altri
detenuti. Si tratta quindi di possibili casi di omicidio che, in attesa degli esiti dell’inchiesta
giudiziaria, sono comunque catalogati come morti per “cause naturali”. Nelle statistiche del
Ministero della Giustizia sugli eventi critici in ambito penitenziario i pestaggi “ovviamente” non
compaiono, però anche i dati sugli omicidi sono discutibili”.

Il dossier comprende anche “diverse notizie riguardanti procedimenti penali contro degli agenti di
polizia penitenziaria, accusati di avere provocato – direttamente o indirettamente – la morte di
detenuti”. (una scheda sul documento) e si conclude con una frase allarmante: “Nasce il ragionevole
sospetto che le denunce depositate in procura rappresentino soltanto la punta di un iceberg, dalle
dimensioni difficilmente verificabili”.

Una pessima informazione e la demagogia di molte forze politiche hanno spinto una parte
dell’opinione pubblica a credere che chi ha commesso reati sia un cittadino senza diritto alla
dignità, da rinchiudere per sempre, qualunque cosa abbia fatto. Una sgradevole campagna ‘per la
certezza della pena’ ha nutrito questo sentimento violento, ignorando come quel principio di
severità riguardi sempre meno chi abita il Palazzo, a cominciare dal capocondomino.

In Italia, secondo l’associazione Antigone, il 52,2 dei detenuti è in attesa di giudizio. Tra queste
persone prevalgono gli stranieri, che sono il 58,75 per cento. Quello che non si spiega a sufficienza
è che i migranti spesso non hanno alcuna abitazione e per questo non sono in grado di ottenere gli
arresti domiciliari. I loro avvocati, poi, sono nominati d’ufficio e raramente hanno la grinta di chi
riceve profumate parcelle, mentre i magistrati, temendo che gli imputati si rendano irreperibili, sono
molto rigidi.

La tragica morte di Stefano Cucchi rientra in un problema molto ampio e poco affrontato dai media,
più interessati a dar risalto ai fatti di cronaca nera che al quadro generale. Per altro i tagli prodotti
dal governo nel campo della sicurezza accentuano i pericoli di violazione delle regole, perché i
lavoratori delle forze dell’ordine, pagati poco, con risorse scarse e carceri sovraffollate, vivono
sempre di più un disagio nel quale è più facile perdere il controllo.

Quando la sicurezza diventa un pretesto per ottenere più voti e non per favorire il progresso sociale
e favorire la reintroduzione nella società di chi ha commesso reati, questi sono i risultati.
Accorgersene tardi significa, drammaticamente, correre tutti rischi maggiori.

 Roberto Barbera
www.inviatospeciale.com, 2 novembre 2009

L’articolo è stato parzialmente pubblicato, per leggero integralmente si veda qui.

..:Rassegna stampa sul suicidio della Blefari (2 Novembre 2009):..

Questa voce è stata pubblicata in General. Contrassegna il permalink.