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In questo editoriale, l’ultimo prima della pausa estiva, la redazione del progetto Gramigna vorrebbe fare una breve riflessione sulle ultime, pessime, evoluzioni del cosiddetto “problema sicurezza” nella nostra città.(continua)

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Bottino di guerra: l’Iraq apre i suoi giacimenti alle compagnie straniere.

gramigna | 01 Luglio, 2008 08:36

Baghdad - L’Iraq apre le porte a 35 compagnie straniere per lo sfruttamento di gas e petrolio nei suoi ricchi giacimenti. Ieri il ministero iracheno del Petrolio ha dato l’annuncio della lista di compagnie qualificatesi per partecipare alle gare d’appalto per i contratti nel settore. In tutto erano 120 che avevano fatto richiesta.

I giacimenti di petrolio dell’Iraq sono per vastità i terzi al mondo, dopo quelli di Arabia saudita e Iran. Per essere sviluppati e portare al massimo la produzione di greggio hanno bisogno di miliardi di dollari di investimenti, dopo anni di embargo e a causa dei danni della guerra.

Ufficialmente l'Iraq ha riserve per 115 miliardi di barili di petrolio, il 10% del totale mondiale, ma in realtà nel deserto occidentale vi sarebbero quantità di petrolio ancora sconosciute. Si tratta di un petrolio di ottima qualità e molto facile da estrarre a tal punto che in alcune zone le autorità hanno dovuto gettare delle colate di cemento per evitare che i cittadini, scavando, facessero zampillare dal suolo l'oro nero. Un petrolio che quindi costa pochissimo da estrarre. Questo giardino delle delizie per i petrolieri presto sarà di nuovo, a oltre trent'anni dalla nazionalizzazione del settore portata avanti dall'allora presidente Hassan al Bakr e dal vice presidente Saddam Hussein nel 1972, pronto ad essere sfruttato a condizioni di grande favore dalle grandi multinazionali.

Fra i qualificati compaiono major del calibro di BP, Chevron, Exxon Mobil, Royal Dutch Shell, e Total, che da mesi stanno negoziando con il governo di Baghdad. Altre che compaiono nell’elenco pubblicato sul sito del ministero sono: la Conoco Phillips, la russa LUKOIL, la spagnola Repsol, l’australiana BHP Billiton, l’italiana Gruppo Edison e la Korea Gas Corp. Ci sono tutte, ma proprio tutte. Anche le italiane Eni ed Edison, come promesso nel 2003 da George W. Bush al premier Berlusconi in cambio della partecipazione italiana all'invasione dell'Iraq.

I big petroliferi torneranno quindi nel paese che ha ora bisogno dei fondi necessari e del know-how per rinnovare le sue infrastrutture colpite dalla guerra. Escluse invece le compagnie che hanno stretto accordi con il governo della regione semiautonoma del Kurdistan. Baghdad ritiene tali contratti illegali. Gli attriti politici tra Erbil e Baghdad hanno ritardato di oltre un anno la presentazione in parlamento della fondamentale legge sul petrolio. Come misura temporanea l’Iraq ha intenzione di assegnare contratti a breve scadenza per l’estrazione di greggio e contratti di servizio per aumentarne la produzione.

Concedendo alle società internazionali l'accesso, il governo iracheno si discosta dalle politiche dei maggiori produttori della regione come Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, paesi in cui le compagnie nazionali mantengono uno stretto controllo sugli investimenti stranieri nel settore petrolifero.

Gli appalti dei giacimenti iracheni hanno un valore incalcolabile in un momento storico in cui un barile di greggio vale più di 140 dollari Usa. Il ministro ha specificato che saranno sei i campi petroliferi aperti agli stranieri, su base di contratti a lungo termine, come lo sono tutti quelli legati al settore dell'estrazione e della raffinazione del greggio. I campi sono quelli di Kirkuk, Rumalia, Zubair, West Qurna Phase 1, Bai Hassan e Maysen. Quest'ultimo contiene altri tre sottocampi: Bazargan, Abu Gharab e Fakka. Inoltre saranno aperti allo sfruttamento straniero due giacimenti di gas naturale: Akkas e Mansuryah.
 
Parlamento bypassato. I sei contratti già in essere, noti come Technical Service Agreements (Tsa), sono accordi tecnici di servizio per aumentare la produzione in sei dei maggiori giacimenti del Paese, per un totale di 600mila barili al giorno. Nei giorni scorsi, Abdulhadi al-Hassani, vice presidente della commissione parlamentare sull'energia al ministero del Petrolio, aveva garantito che il ministro al-Shahristani avrebbe riferito in Parlamento prima di prendere iniziative, ma la conferenza stampa di oggi sembra un'accelerazione sui tempi dell'Assemblea, dove i seguaci dell'ayatollah radicale Moqtada al-Sadr e alcuni gruppi sunniti potrebbero opporre resistenze a qualsiasi iniziativa.
Le procedure d'appalto, peraltro, sono iniziate prima della definizione della legge quadro sulla ripartizione dei proventi della vendita del petrolio, ma le compagnie occidentali erano troppo affamate di greggio in un momento economico come questo per aspettare l'iter parlamentare con tutte le sue insidie.
 
Il nodo di Kirkuk. Ma la scelta delle compagnie petrolifere autorizzate a giocarsi la gara d'appalto non risolve tutti i problemi. Uno dei nodi da sciogliere è l'assegnazione dell'appalto per lo sfruttamento del campo petrolifero di Kirkuk, ritenuto potenzialmente uno dei più ricchi al mondo. Ma il destino della città, per il momento, è ancora appeso a un filo. Doveva essere un referendum, da tenersi entro il dicembre dello scorso anno, a definire la sovranità curda o sunnita sulla città.
Per motivi di sicurezza, il referendum è stato rinviato in un primo momento a luglio e poi a data da destinarsi.
Il governo del premier al-Maliki tratta per raggiungere un accordo, ma la soluzione del problema sembra lontana. E i curdi, in barba all'assenza di una legge del petrolio nazionale, hanno stipulato oltre venti contratti internazionali di sfruttamento dei pozzi nel Kurdistan iracheno. Il primo ministro della regione autonoma curda, Nechirvan Barzani, ha ribadito che quei contratti sono ''irreversibili, e chiunque pensi di annullarli sogna''.
Non proprio una base  per una trattativa flessibile.
 

E la guerra di Bush continua...

Il presidente statunitense George W. Bush ha firmato oggi la legge che stanzia 162 miliardi di dollari per le guerre in Iraq e in Afghanistan. Il provvedimento, lodato da Bush come un raro esempio di collaborazione bipartisan, mira a coprire le spese militari fino all'estate del 2009, cioè ben oltre la fine del mandato dell'attuale presidente che lascerà la Casa Bianca nel prossimo gennaio. 

Il pacchetto approvato dal Congresso comprende il raddoppio dei benefit universitari per i soldati e i veterani, oltre a estendere di 13 settimane le agevolazioni per i disoccupati. Con questo provvedimento, i fondi destinati da questa amministrazione alla guerra in Iraq salgono a oltre 650 miliardi di dollari, mentre per le operazioni belliche in Afghanistan il totale si aggira intorno ai 200 miliardi.


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