Domenica 14 giugno, Telefon Tel Aviv al cantiere Sanbernardo

Domenica sera presso il cantiere Sanbernardo in via Pietro Gori, angolo via Sanbernardo, avrà luogo il live di Joshua Eustis dei Telefon Tel Aviv. Sul palco/altare della chiesa sconsacrata pisana, che chiude così una stagione memorabile dal punto di vista culturale e musicale, potremo ascoltare e vedere un altro importante tassello, dopo il mitico Daedelus, dell’elettronica contemporanea.

Arrivate presto perchè ci sarà la ressa, a quanto pare.

Di seguito vi riportiamo una delle più interessanti recensioni di quello che un tempo era un duo elettronico e che oggi vive ancora grazie a Joshua, tratto da Ondarock.it.

Vinz

I Telefon Tel Aviv non esistono più. Il 22 gennaio 2009, infatti, è morto Charles Cooper, metà del duo americano che ha animato la scena elettronica degli ultimi anni. Aveva solo 31 anni. In questa scheda, ricostruiamo la loro storia, interrottasi prematuramente proprio all’indomani dell’uscita del loro terzo album.

Pensando alla scena elettronica degli anni Duemila non si possono tralasciare i Telefon Tel Aviv.
A dispetto del nome scelto dal duo, Charles Cooper e Joshua Eustis, originari di New Orleans, hanno operato soprattutto a Chicago.
Le loro fatiche discografiche non hanno mai suscitato il clamore di altre opere, anche minori, di colleghi ben più quotati, tuttavia il file rouge che unisce il loro debutto, accolto in maniera entusiastica dalle riviste di settore, all’ultimo Immolate Yourself è ben riconoscibile. La storia di Charles e Joshua iniziò un decennio fa, nel 1999, una storia che, seppur in penombra, ha segnato sotterraneamente l’approccio all’elettronica moderna. Contemporaneamente ad altri gruppi tedeschi e scandinavi, i Telefon Tel Aviv sono riusciti ad amalgamare in una pasta sonora tanto densa e compatta alcuni aspetti dell’elettronica cosidetta glitch, esplosa nella seconda meta’ degli anni ’90, con una forte vena melodica. Ereditando buona parte del loro bagaglio tanto dalla chillout music quanto, in ultima istanza, dall’elettronica da ballo, i due musicisti hanno coniato un sound magari non originalissimo ma che, in alcuni frangenti, sfiora corde di pura poesia.

Quando nel 1999 iniziarono a produrre musica assieme, i due erano dei perfetti sconosciuti. Tempo due anni per assemblare e riordinare le idee ed ecco che nel 2001 una delle etichette di punta di Chicago, la Hefty Records, li pone sotto contratto. Nello stesso anno vedrà la luce il debutto del duo, l’acclamato Fahrenheit Fair Enough. L’opera prima è quel che si può definire un disco essenziale: nove tracce e quaranta minuti di intarsi sonori. Ondeggiando tra tepori idm e languide strutture melodiche, il disco si immerge in un non-tempo che lascia spazio all’immaginazione.. Banditi riff, accelerazioni, beat eccessivamente invadenti e quant altro, i Telefon Tel Aviv alle strutture ritmiche sostituiscono architetture che cementano in maniera lieve le loro fondamenta su reti fittissime di gorgoglii digitali, stesi a mo’ di tappeto regale. Il gioco, non c’è che dire, funziona: l’iniziale traccia che dà il titolo all’album ne è prova lampante.
Ricami vagamente orientaleggianti, non troppo distanti dagli ultimi risvolti delle melodie degli Air, pervadono l’essenza di "TTV", elevandola a bozzetto di cristallina bellezza. E se "Lotus Above Water" potrebbe apparire un motivo anticipatore di cerca indietronica che sarebbe stata poi sdoganata, nel giro di poco tempo, dai cugini teutonici Notwist e Lali Puna, gli arpeggi di chitarra di "John Thomas On The Inside Is Nothing But Foam" costruiscono, in piena atmosfera mid-tempo, immaginifiche pennellate dal sapore agrodolce. Il suono procede languido, si stratifica, si increspa senza disturbare e lentamente riprende il suo placido corso. Sospesi a mezz’aria, si ascolta "Life Is All About Taking Things In And Putting Things Out", vero e proprio incastro tra trame digitali e disturbi sonori che si susseguono sconnessi. Se la prima parte dell’album si caratterizza per un maggior impianto armonico, per suoni decisamente orientati verso una resa soffice, ecco che a partire da "Your Face Reminds Me Of When I Was Old" le aperture ambientali si irrigidiscono, trattenute dalla frenesia di beat fittissimi, costruiti da glitch che si inerpicano sulla melodia, prima avvolgendola poi soffocandola. È il caso di tutte le tracce rimanenti che, nonostante la buona volontà, paiono forse eccessivamente legate a una struttura monocromatica. Laddove nella prima metà emergeva con forza l’unione sintetica di due ambiti diversi che si fondevano pur restando riconoscibili, ecco che ora la celebralità del suono invade il campo avversario, risultando, a tratti, oltre che prevedibile, un po’ troppo glitch-oriented. Cionondimeno, dobbiamo notare il fascino dell’avvolgente "Introductory Nomenclature", traccia che, abbandonando parzialmente le soluzioni già adottate, si riverbera lievemente in un moto dolcissimo.
Paiono quindi forse eccessive le lodi sperticate nei confronti di un disco certamente molto piacevole, ma non assimilabile al capolavoro nel quale, a detta delle entusiastiche recensioni oltreoceano, si pensava di imbattersi.

Il secondo disco dei Telefon Tel Aviv, invece, è uno splendido esempio di sofisticato pop elettronico. Una produzione impeccabile e avvolgente che difficilmente si riscontra nel mondo delle etichette indipendenti.
Map Of What Is Effortless sarebbe potuto essere un successo mondiale se solo fosse stato pubblicato da una major. Pensate a cosa è capitato agli Air, o ai Massive Attack, per esempio. Ecco, Joshua Eustis e Charles Cooper, con il loro secondo album sembrava cercassero una via proprio nel mezzo. Eppure molte persone sono rimaste deluse dalla nuova direzione del duo, più orientata verso la forma-canzone.
Arrangiamenti lussureggianti, costruiti intorno ai suoni caldi dei rhodes e degli archi, impreziosiscono quasi tutti i brani. Basterebbe solo la voce di Lindsay Anderson dei meravigliosi L’Altra (per i quali Josh ha prodotto l’album del 2005, “Different Days”), per far sciogliere ogni diffidenza nei loro confronti. La bella e brava Lindsay canta in tre occasioni: “My Weeks Beats Your Year”, un electrofunk alla Prince (!); “Bubble and Spike”, forse la canzone più bella del disco, sicuramente quella con l’uncino melodico più appiccicoso; e “What Is Was Will Never Again”, che ha un crescendo davvero mozzafiato. Poi ci sono le lunghe canzoni interpretate dall’ottimo Damon Aaron, veri e propri gioielli di soul digitale: “I Lied”, “Nothing Is Worth Losing That” e “At The Edge Of The World You Will Still Float”, se non fosse per la corposa produzione, ricchissima di strati sonori e di particolari stuzzicanti, rischierebbero di essere scambiati per uno dei tanti brani di r’n’b trasmessi su Mtv.
Tre splendidi strumentali completano l’opera e fanno capire che a Joshua a Charles non servono delle voci per scrivere temi senza tempo: Craig Armstrong farebbe carte false per un brano come "Map Of What Is Effortless".

Prima di chiudere definitivamente, la Hefty ha deciso di raccogliere su un album alcuni dei remix dei Telefon Tel Aviv. Il tocco di Josh e Charles è inconfondibile e colora con bassi profondissimi e ventose melodie orchestrali tutto quel che tocca. Su Remixes Compiled, tra remix di Nine Inch Nails, Bebel Gilberto, Apparat e Nitrada, è finita anche la rivisitazione del classico di Oliver Nelson "Stolen Moments", precedentemente incluso nella raccolta di nu-jazz "Impulsive! Revolutionary Jazz Reworked". In molti casi i remix dei due aggiungono valore ai brani originali, come nella traccia che chiude l’album, "Knock Me Down Girl" di Slicker, che si trasforma nelle mani di Josh e Charles in una devastante ballata post-rock.

A dispetto dell’ultimo disco pubblicato dalla Hefty, i Telefon Tel Aviv che si presentano a Roma sul finire del 2007 sono un gruppo nuovo. Hanno abbandonato le chitarre, i rhodes, gli archi e gli arrangiamenti pomposi. Ed è scomparso definitivamente ogni riferimento al digital soul di “Map Of What Is Effortless”. Al suo posto Charles e Josh mettono in scena, nascosti e incappucciati dietro i loro laptop, un electro-shoegaze che pare influenzato da quella silenziosa Gooom revolution portata avanti dagli M83. Strati di accordi rubati a vecchi synth analogici che suonano melodie zuccherose e un po’ malinconiche.

Cinque lunghi anni. Questo è l’arco di tempo impiegato da uno dei gruppi di punta della scena elettronica mondiale per riprendere il discorso interrotto con la penultima fatica, Map Of What Is Effortless. Agli inizi, la band di stanza a Chicago era tutta testa e poco cuore, mentre nel secondo lavoro a imporsi era stata la melodia. A questo punto pare dunque legittimo l’interrogativo su come possa suonare Immolate Yourself: qualche indizio, oltre che dal titolo piuttosto perentorio, potrebbe arrivare dal cambio d’etichetta. Un tempo la Hefty, ora la Bpitch Control: in apparenza, potrebbe trattarsi di un segnale fuorviante, invece così non è.

Abbandonando parzialmente l’uso di glitch e le distese elettroniche senza tempo, Immolate Yourself sin dalle prime note mostra in maniera schietta e decisa di che pasta è fatto. Le trame soffici e tenui fanno spazio al ritmo, beat turbinosi si rincorrono in un moto definito e sezionato in tutto lo svolgersi del lavoro. La melodia incontra la durata e il suono, da dolce e velato, si fa incalzante, non disdegnando tuttavia aperture dal gusto nordico. L’iniziale "The Birds" ne è manifesto abbagliante: un lento ed estenuante climax ambientale, che si riverbera prima gradualmente, poi con spirito febbrile, dà il la a voci sintetiche sovrapposte, un solido beat si arrampica e irradia a giorno una dancehall notturna, deflagrando in una coda ambientale che lascia intravedere l’avanzare dell’alba. Ancora secche sezioni ritmiche introducono gli archi campionati di "Your Mounth", un moto perpetuo tra quiete e caotici assalti, che non avrebbe sfigurato nell’esordio di Khonnor. E se in "M", così come in "Stay Away From Being Maybe", non siamo poi così distanti dalle agrodolci partiture sintetiche dei Junior Boys, il synth-pop ruffiano di "Helen Of Troy" fa l’occhiolino all’ultimo Anthony Gonzalez. Al duo si possono allora perdonare anche cadute di stile (l’insipida "Made A Tree In The World") quando tira fuori un gioiellino pop danzereccio come "You Are The Worst Thing In The Universe".

Immolate Yourself è un disco che soddisferà sicuramente gli amanti di certi suoni in bilico tra sognante pop sintetico e atmosfere ballabili. Osando la strada del ritmo, i Telefon Tel Aviv non potranno deludere i fan del loro lato più celebrale, né quelli delle loro aperture melodiche più emozionali. Le loro sonorità alternano sapientemente dolcezza e asperità, e toccano il cuore tanto nel loro farsi malinconico e sommesso, quanto nel loro svilupparsi acido e ruvido.

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